| AMARCORD |
|
|
|
| Newsletter - MARZO 2008 | |||
| Scritto da Gianni Atzori (ARC) | |||
| Lunedì 10 Marzo 2008 20:59 | |||
| Questo articolo e' stato letto: 1282 volte | |||
|
LA DANZA VIOLENTA DEL RUGBY di Alessandro Baricco, da “Barnum, Feltrinelli Editore, maggio 1995” Se penso al rugby, penso a quando si era ragazzetti e si guardava la Domenica Sportiva , ultima propaggine serale di felicità prima della mannaia del lunedì mattina. Tu stavi lì davanti al televisore, e per un’oretta buona te la cavavi ancora. Poi, inesorabilmente, si arrivava al fondo del barile e comparivano sullo schermo i risultati del rugby: lì capivi che era finita. Lì iniziava tutta la miseria del lunedì e non c’era più niente da fare. Erano risultati strani, anche comici (50 – 12, cose così), ma non c’era niente da ridere: avevano un retrogusto di tristezza da morirci su. In Italia è così. Il rugby è sport caro a pochi e incomprensibile ai più. Quando incontravi uno e ti diceva “io gioco a rugby” pensavi sempre che ci fosse qualche dramma di dietro, che so, il padre che faceva lo stopper ed era morto per una pallonata in testa: non ti viene da pensare che uno si scelga quello sport solo perché gli piace. Con quei campi tutti spelacchiati e fangosi. Con quel pallone ubriaco che prende per culo tutti. E certe facce, in campo, da aver paura. Fai fatica a capire. Tutto diventa improvvisamente chiarissimo quando lasci l’Italia e finisci in uno di quei sei, sette Paesi in cui il rugby è una passionaccia fottuta, è uno sport bellissimo, perché lo giocano da dio. La Francia, per esempio. Parigi: magari proprio il giorno in cui ci arrivano, direttamente dall’altra parte del mondo, i più bravi del mondo: divisa tutta nera, maglietta Quel che è successo è che gli All Blacks se ne sono arrivati in Francia a fare qualche amichevole, cioè a impartire qualche lezione. I francesi hanno messo su una doppia sfida: prima gara a Tolone, seconda a Parigi. Nulla in palio, ma non significa niente. E’ gente orgogliosa, questa: non ti massacri su un campo da rugby per passare il tempo. O vinci o ti incazzi e basta. La cosa si è vieppiù complicata perché nella prima sfida gli All Blacks se ne sono scesi in campo dimenticando che razza di mastini sono i francesi e a furia di fare accademia se ne sono usciti dal campo con un 22 a 15 sulla groppa, cosa che si è tradotta dall’altra parte del mondo, sui giornali neozelandesi, in un lapidario commento: vergogna. I francesi, dalla loro, si sono fatti un bel bagno di gloria, trasudando orgoglio patrio da tutte le pagine dei giornali. Un’ubriacatura niente male. Cosi, quando sabato scorso, al Parco dei Principi, sono scesi in campo per la rivincita, non c’era un posto vuoto, nello stadio: e sul campo quindici Blacks veramente incazzati, e quindici francesi che avevano smesso da una settimana di aver paura. Vero rugby, ho pensato: e sono andato a vedere. Che i veri eletti, per quello sport, siano i neozelandesi lo capisci anche solo a vederli. Eleganti, facce d’angelo (non proprio tutti ma quasi), andatura da animali da preda, Violenza e velocità: nati per quello. Il loro simbolo ha la maglia nera n. 11 ed è ormai un mito planetario: Jonah Lomu. Vent’anni, pelle d’ebano: 196 centimetri di altezza e 112 chili di peso che corrono come uno sprinter. Finchè è fermo puoi ancora farci qualcosa. Ma se parte, dopo tre passi è già una palla di cannone che brucia l’erba e fa male solo a guardarla. Con l’aggravante che una palla di cannone non ragiona e non è così agile: lui sì. Scannerizza il campo, inquadra gli avversari, si tramuta in palla da flipper, se li beve come birilli e non si ferma fino a quando non è arrivato in meta. Jonah Lomu: l’unica cosa umana che si avvicini a Obelix . Olomix. I francesi, loro, sono più umani. Nel senso che non sembrano degli dei scesi in terra, ma uomini che giocano a rugby. Facce da attaccabrighe pazzeschi: quelli che stanno al bar e quando tu entri capisci subito che sei sfottuto, qualsiasi risposta tu possa inventare sarà un insulto, e via con la rissa. Quelli lì. Gente magari non elegantissima, ma tosta. Ce n’è uno che si chiama Olivier Merle, è nato a Montferrand, alto 2 metri, 125 chili di peso, naso da pugile, occhi da contadino furbo: a furia di sudargli dietro, gli dei neozelandesi gli hanno affibbiato, supremo onore, il soprannome di “l’uomo e mezzo”. Quello che fa il pilastro centrale del pacchetto di mischia è una bestia micidiale che si chiama Califano (niente a che vedere con il Califfo, naturalmente). Mascella più larga del cranio, collo alla Tyson, 107 chili di pietra: ha un soprannome bellissimo: Massif Central. Lo vedi in azione, e suona perfetto. Insomma, gente tosta. Chiusi in uno stadio, con cinquantamila francesi ad ululare di rabbia, capisci che possono combinare di tutto. Tutta da giocare, pensi quando l’arbitro dà il fischio d’inizio. Gli antipasti sanno di Francia. Gli All Blacks piazzano un calcio da tre punti ma al quinto minuto i francesi si aprono a ventaglio e mandano in meta il loro capitano, uno con un nome di chiesa: Saint’Andrè. Francia in vantaggio, stadio fuori di testa. In campo, una danza violenta che, ballata così, è una meraviglia. Il rugby è gioco primario: portare la palla nel cuore del territorio nemico. Ma è fondato su un principio assurdo, e meravigliosamente perverso: la palla la puoi passare solo all’indietro. Ne viene fuori un movimento paradossale, un continuo fare e disfare, con quella palla che vola continuamente all’indietro ma come una mosca chiusa in un treno in corsa: a furia di volare all’indietro arriva comunque alla stazione finale: un assurdo spettacolare. E poi: il rugby è uno sport che respira. Te ne accorgi dopo un po’, te lo fa capire il ritmico boato della folla, che va e viene come un’onda sulla spiaggia. Parte uno col suo pallone ovale sotto l’ascella e va a sbattere contro un muro umano. Groviglio laocoontico. La palla non la vedi neanche più, sembra una rissa di paese e basta. Pubblico in silenzio. Indecifrabili i movimenti in campo. Il rugby inspira. Poi, da quel mucchio selvaggio, rimbuca inopinatamente il pallone per diventare istantaneamente saponetta volante: come un raptus collettivo tutto diventa velocissimo, la mosca vola all’indietro ma avanti, il gioco si spalanca, il campo si apre, la gente strilla: il rugby espira. Altra mischia: inspirare. Altra saponetta che vola via: espirare. E così via. Gli sport sono come la musica da ballo: hanno sempre un loro ritmo, sotterraneo, che è la loro anima. Il rugby ha un’anima bellissima. A furia di inspirare ed espirare, gli All Blacks si sono intanto masticati un bel fettone di partita: 20 a 5 dopo trentacinque minuti. I francesi tengono duro, ma è una slavina continua quella che gli rotola addosso. I neozelandesi lavorano di clava e di coltello: guadagnano tre metri qui, con la forza, e venti là, con la velocità. Mastif Central perde colpi. L’uomo e mezzo morde ovunque ma non basta. Si smaglia a poco a poco, la Francia, come il gomito di un golf. Rimane inchiodata a quei cinque punti mentre la Nuova Zelanda decolla a trenta. Se c’era ancora un barlume di speranza si spegne al settantesimo minuto, quando arriva il numero che tutti, prima o poi, si aspettavano. Gli All Blacks provano a sfondare a destra, tornano indietro, ci riprovano a sinistra, niente da fare, la palla sparisce in un groviglio di gambe braccia teste, silenzio totale, sbuca la saponetta e vola tra due mani che non sono mani qualunque: Lomu. Lui. E’ in posizione centrale, a una trentina di metri dalla linea di meta. Potrebbe aprire il gioco a sinistra, potrebbe aprirlo a destra. I francesi lo guardano negli occhi per capire. Quando capiscono è troppo tardi. Né a destra né a sinistra, ma dritto in centro, senza passare la palla a nessuno, dritto sino alla fine. Ci provano in cinque a fermarlo, uno dopo l’altro, in quei trenta metri, buttandogli addosso i loro quasi tre quintali di francesi che non ci stanno. Olemix evita i primi due come un ballerino, svelle il terzo, azzera con una manata il quarto e l’ultimo se lo porta, aggrappato addosso, fin oltre la linea di meta. 37 a 5: volevano una lezione, l’hanno avuta. Gli ultimi minuti sono sport d’altri tempi. Il punteggio (37 a 12) è una cosa tipo 4 a 1 calcistico. Chiunque altro lascerebbe perdere. E invece si scatena un’ultima feroce battaglia. I francesi non mollano e schiacciano gli All Blacks fino a due metri dalla loro linea di meta. Un niente. Due stupidi metri. Non costerebbe nulla agli dei neozelandesi concedere un orgasmo gratuito a milioni di francesi mollando quei due stupidi metri. Ma gli dei sono permalosi. E la storia di Tolone, mica l’hanno digerita. E allora non mollano di un centimetro, sembrano una diga mobile che sa sempre da dove arriverà l’acqua. I francesi gli buttano addosso tutta la forza che è loro rimasta. Due stupidissimi metri. Non è rugby che respira, è rugby in apnea. Due metri. I francesi usciranno dal campo senza essere riusciti a farseli. Il giorno dopo, bellissimo titolo a quattro colonne sul giornale: Sole nero sul Parc des Princes.
|
| M | V | N | P | F/A | D | P | |||
| 1 |
| CAPITOLINA | 21 | 12 | 6 | 3 | 466:271 | 195 | 66 |
| 2 |
| ROMAGNA | 21 | 12 | 2 | 7 | 508:356 | 152 | 62 |
| 3 |
| RUBANO | 21 | 13 | 2 | 6 | 462:311 | 151 | 62 |
| 4 |
| CAPOTERRA | 21 | 11 | 2 | 8 | 455:377 | 78 | 61 |
| 5 |
| BADIA | 21 | 12 | 1 | 8 | 411:375 | 36 | 61 |
| 6 |
| VALPOLICELLA | 21 | 10 | 3 | 8 | 417:362 | 55 | 56 |
| 7 |
| CATANIA | 21 | 11 | 2 | 8 | 367:319 | 48 | 55 |
| 8 |
| ALGHERO | 21 | 12 | 0 | 9 | 440:403 | 37 | 48 |
| 9 |
| AVEZZANO | 21 | 9 | 1 | 11 | 369:455 | -86 | 47 |
| 10 |
| PAESE | 21 | 9 | 0 | 12 | 460:501 | -41 | 44 |
| 11 |
| MILANO | 21 | 2 | 1 | 18 | 277:531 | -254 | 19 |
| 12 |
| GLADIATORI | 21 | 3 | 0 | 18 | 292:663 | -371 | 13 |