GIOCARE A SCACCHI IN UN GRANDE PRATO VERDE... PDF Stampa E-mail
Newsletter - FEBBRAIO 2008
Scritto da Antonio Falda (ARC)   
Mercoledì 27 Febbraio 2008 10:39
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Intervista all’arbitro Luciana Diana

Active ImageSi è svolto il mese scorso a Capoterra il corso per allievo arbitro, con una buona adesione di partecipanti.

Ma perché decidere di vestire la  divisa del direttore di gara ? …E poi, di uno sport come il rugby, in Sardegna, dove arbitrare è un sacrificio forse maggiore che giocare.

Chi sono? Quali obiettivi e quali speranze ripongono sul movimento rugbystico sardo?

Proviamo a conoscerli cominciando da un arbitro, prevalentemente, di partite giovanili… 

Hai un passato da giocatrice….

 “Ho giocato per circa un anno come mediano di apertura, ma senza mai disputare partite ufficiali, perchè la squadra avversaria era una sola, il Quartu 2000 che ci dava sempre forfait.

Tutto iniziò nel lontano 1987. Risposi all’annuncio esposto in una bacheca universitaria: si cercavano ragazze interessate a  “Giocare a scacchi in un grande prato verde”.... Non immaginavo proprio che si trattasse di rugby, sport che allora non apprezzavo proprio. Ad allenare uno sparuto numero di ragazze nei parcheggi di Monte Mixi, era un ragazzo universitario, quasi mio coetaneo. Attrasse la mia attenzione l’entusiasmo giovanile e la maniera appassionata di parlare di rugby,  di placcaggi rovinosi e coraggio, di lividi e capacità di reazione orgogliosa, di schiacciamenti di vertebre e velocità d’azione, dell’agile e complicato balletto del passaggio rapido, e i miti dei grandi giocatori di rugby, grossi mediani che avevano la passione per il piano, per Van Gogh....”

Active Image Come hai maturato l’idea di fare l’arbitro ?

 “Nel 1989 già la mia squadra non esisteva più. Nasceva allora un’altra squadra di rugby femminile, denominata Grazia Deledda, con giovani e ruggenti leonesse quali Sabrina Melis, Lori Escana, Guendalina...Intanto il Comitato Regionale organizzava i primi corsi F.I.R. per allievi arbitri. Colsi al volo l’invito a partecipare per poter rimanere nell’ambiente.”

Dopo quindici anni di carriera, arbitrando soprattutto le giovanili, hai notato se è cambiato l’atteggiamento dei giovani in campo nei confronti dell’arbitro?

“La nota è dolente. .Qualcosa è cambiato in quelle società che allenano i ragazzi con mentalità nuova, che adottano la didattica della formazione dell’individuo con l’obiettivo di sviluppare l’attitudine al gruppo, alla vita di squadra.  E’ deleterio il risultato di coloro che, invece, si ostinano a credere di dover forgiare il campione a tutti i costi, anche trasgredendo alle regole, inoculando il senso dell’inutilità delle medesime.”

Come ogni donna hai vissuto sicuramente l’esperienza di non essere rispettata in quanto donna: è mai successo in campo? E se sì, pensi che il mondo del rugby sia maschilista?

“In quindici anni di attività ho dedotto che per un uomo essere arbitrato da una donna è una sorta di “umiliazione” come pure avere “l’impudenza” di attribuirsi un ruolo che non le compete. A volte le decisioni arbitrali che prendo in campo sono accolte da veri e propri attacchi di isterismo, con l’aggravante della reazione aggressiva.  Il mondo del rugby è sicuramente molto maschilista, ma non esiste sport che non lo sia. A star dietro ai discorsi di certi nostalgici, per una donna sarebbe più indicato praticare la danza o stare a casa a lavorare a maglia (ricordo che la maglia ha salvato l’umanità da congelamento e congestioni!) ma, che  volete,  come diceva Giovenale nel libro delle satire, è la corruzione dei tempi....Ciò che esiste è una misoginia di fondo, sia in campo che sugli spalti.”

 …Al contrario hai mai avuto il sospetto che a volte sia rispettato il tuo ruolo in quanto donna e non come arbitro?

 “Si, se di rispetto si può parlare. Certi atteggiamenti suonano, piuttosto, come un compatimento, con sentimento di superiorità e disprezzo incorporato.”                       

Cosa si prova a stare in mezzo al campo, da soli, a gestire le situazioni che si creano in partita, a volte anche con decisioni non sempre bene apprezzate da entrambe le squadre?

 “Arbitrare il rugby dà una sensazione bellissima. La possibilità di seguire una partita da vicino, la capacità di intervenire perché il gioco chiede di potersi sviluppare, la lettura veloce delle situazioni di disputa , il lampo rapidissimo ma intenso della regola prima di un fischio, è un “gioco” mentale difficile ma affascinante. L’autovalutazione dopo la partita è di assoluta importanza, la visione critica del proprio elaborato e l’individuazione degli errori. Reputo che lo sbaglio sia il primo stadio di crescita, cosa odiosa per alcuni, splendidamente umana per altri. Io sbaglio, e auguro a tutti di poterlo sempre fare, perché è un diritto.”

 Il pubblico che segue una partita di rugby, per correttezza, educazione e rispetto dell’avversario è ben diverso da quello che segue una partita di calcio.

Ti è mai capitato che dagli spalti arrivassero intemperanze da parte di tifosi dirette alla tua persona? E in quei momenti quanto pensi che questo sport stia cominciando ad assomigliare al calcio?

 “Ricordo il mio primo arbitraggio di C, la mia terza partita in assoluto,quella partita è passata alla storia per l’incompetenza e gli errori espressi dal giudice di gara (cioè io), e nella mia memoria, per il sudore freddo lungo la schiena. Davanti ad un pubblico di circa cento persone, dei bravi ragazzi, stanchi dei miei errori, mi attaccarono verbalmente incitati da un pubblico all’altezza di insulto da suburra e qualcuno dei giocatori tentò una malcelata aggressione, lanciandomi addosso una violenta  pallonata. Portai a termine quella partita con ottanta minuti regolamentari. Non dormii per circa un mese a causa dello spavento, ma quello è stato uno degli atti più coraggiosi della mia vita. Il pubblico italiano non riuscirà mai ad avere un atteggiamento da pubblico inglese verso il rugby, semplicemente perché non è inglese.”

 Qual è il tuo sogno nel cassetto?

 “Il mio sogno è quello di poter continuare l’esperienza con una comitiva arbitrale più numerosa, magari di genere misto, di poter creare assieme a loro un gruppo di giudici di gara competenti e appassionati, desiderosi di trasmettere il senso di vita che il rugby esprime tra le righe e. ..Di giocare a scacchi in un grande prato verde...”

 

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