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Newsletter - FEBBRAIO 2008
Scritto da Alessandro Baricco (La Repubblica)   
Martedì 26 Febbraio 2008 19:45
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A cura di G. Atzori 

"La bellezza della sconfitta" Di A. Baricco, La Repubblica 19 marzo 1999

Dentro la pancia del Teatro Flaminio, Italia – Inghilterra, dieci minuti al fischio d’inizio. Il tunnel che dagli spogliatoi porta al campo è breve. Una decina di metri e poi due scale di ferro che ti portano in superficie, dove tutto è erba, pali strani e tifosi ululanti al gusto di birra. Senti qualche porta sbattere e poi li vedi arrivare. Ventidue in maglia bianca, ventidue in maglia azzurra.

Non ce n’è uno che ride, che parla, niente. Sguardi fissi davanti a facce che sembrano ordigni a miccia corta. Accesa. Lentiggini e occhi chiari montati su fisici impressionanti, frigoriferi di forma umana, orecchie smangiate, mani ridisegnate da ortopedici pazzi. Su una maglia azzurra scivola via, clandestino, un segno di croce. Quintalate di forza e velocità salgono di corsa le scale ed i tacchetti sul ferro regalano un bellissimo rumore di grandinata improvvisa, subito ingoiato dall’ululato dello stadio che li vede sbucare. Baila, baila: oggi suonano il rugby. Musica geometrica e violenta. Gli italiani la suonano a orecchio, gli inglesi ci ballano su da generazioni. E’ una musica che ha una sua logica quasi primitiva: guadagnare terreno, guerra pura. Far indietreggiare il nemico fino a schiacciarlo contro il nulla che ha alle spalle. Quando gli rubi anche l’ultimo metro di terrà è meta. Un gol o un canestro da tre, al confronto, sono acqua tiepida, un giochetto di bravura per maghi abbonati alla manicure. Una meta è campo cancellato, è scomparsa totale dell’avversario, è alluvione che azzera. Ci puoi arrivare per due strade: la forza o la velocità. Gli italiani scelgono la prima, cercando il muro contro muro, dove il cuore moltiplica i chili per due ed il coraggio trova strade impensabili tra tibie, tacchetti, colli e culi. Gli inglesi per un po ci stanno, e si ritrovano sotto per 7 a 6. Allora fanno mente locale e iniziano a ballare. Si aprono a ventaglio, piazzano un paio di frustate sulle ali, fanno girare il pallone come una saponetta tra mani di ghiaccio. Lo score del primo tempo dice 23 a 7 per loro. Dice che la musica è la stessa per tutti: solo che noi suoniamo, loro ballano. Nell’intervallo gli Azzurri non scendono negli spogliatoi. Rimangono in mezzo al campo, a guardarsi negli occhi. Calcisticamente parlando, sono sotto di due gol. Rugbisticamente parlando, non gliene frega niente. “Dai Italia, che cela facciamo” grida uno con un accento veneto da far paura. Capisci che loro, negli occhi, hanno solo la meta con cui hanno azzerato gli inglesi al settimo minuto, tutto il resto è inutile decorazione. Cos’è il rugby te lo trovi riassunto  quando Alessandro Troncon, lì, in mezzo al campo, appoggia un ginocchio per terra, e gli si stringono intorno a lui, e d’improvviso c’è solo più silenzio. Troncon ha il numero nove sulla schiena, ma non ha niente a che vedere col centravanti fighetta che aspetta in area e poi raccoglie gloria con le stilettate da biliardista. Troncon è il capitano, che nel rugby non è una fascia bianca al braccio del più pagato: lì il capitano è il cuore e i marroni della squadra, uno che quando pensi mi arrendo lo guardi e ti senti un verme. Troncon è quello che appoggia un ginocchio sull’erba, e poi si mette a urlare uno strano rap battendosi la mano sul petto, ed il rap dice: ”qui dentro ci deve essere solo la voglia di andare DI LÀ , spingere DI LA’, placcare DI LA’, solo questo, correre DI LA’, spingerli DI LA’, schiacciarli DI LA’, vaccalamiseria!”. Di là è il campo inglese, of course. Ci passeranno 25 minuti su quaranta, nel secondo tempo, gli italiani, di là. Ma alle volte non basta. Gli inglesi prendono martellate e restituiscono veroniche, ed il campo sembra in salita, noi scaliamo, loro scivolano. Su tutta questa geometrica esplosione di elegante battaglia, domina l’assurdità di quel pallone ovale, geniale trovata che sdrammatizza con i suoi rimbalzi picassiani tutta la facenda, scherzando un pò tutti, e riportando il generale clima vagamente militare ai toni di un gioco e nientraltro. Gli ultimo secondi celi giochiamo ad un soffio dalla linea di meta inglese, buttando dentro tutti i muscoli rimasti e folate di appannata fantasia. Non risono altri sport così. Voglio dire, sport in cui a trenta secondi dalla fine trovi gente disposta a buttarsi di testa in una rissa per perdere 17 a 59 invece che 12 a 59. Forse il pugilato. Ma un pazzo lo si trova sempre: quindici è già più difficile. I nostri quindici escono dal campo con gli inglesi che li applaudono, e sono soddisfazioni. A seguire, il terzo tempo: di solito una bella sbornia al pub, tutti insieme, vincitori e sconfitti. Ma qui è il Sei Nazioni, una cosa solenne. Quindi cena in smoking. Ammesso che esistano degli smoking di quelle taglie.

 

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ALGHERO ALGHERO141004309:2347539
PAESE PAESE14806329:2923737
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AVEZZANO AVEZZANO14716240:268-2836
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10  CATANIA CATANIA14527225:243-1829
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Dublino "Guinness Storehouse"

Skybar della Guinness Storehouse Gianluigi  e Fabio al tavolino in compagnia di due "more" irlandesi doc!!  

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