
Il palcoscenico è pronto. Un catino con i quattro lati composti da uomini, donne, giovani e anziani, da maglie azzurre e maglie nere ed il fondo giù in basso, morbido, soffice, di erba verde. Prima che lo spettacolo inizi, dopo l’inno di entrambe le squadre, ecco l’Haka. Per pochi minuti il campo da gioco e gli spalti vengono pervasi dal profumo di terre lontane, profumi dell’altra parte del mondo. Le facce, le braccia e le mani, il corpo e la lingua, gli occhi, lame sottili che perforano lo sguardo.
Ka mate, Ka mate! Ka ora, Ka ora!
È la morte, È la morte! È la vita, è la vita!
La danza che potresti sentire e vedere per innumerevoli volte assaporandone sempre lo stesso magico, affascinante effetto. Resti in silenzio, tu e con te altre ottantamilatredici persone, zitti senza fiatare, senza il coraggio di sbattere le palpebre, senza muovere un muscolo, evitando di concentrarti su uno solo per riuscire a catturare tutte le espressioni possibili. Ventidue guerrieri e ventidue maschere urlanti, ventidue appassionanti modi di manifestare il proprio stato d’animo al cielo e all’avversario.
Quando finisce, mentre loro si dirigono ognuno verso la propria posizione in campo, resta fissata nei tuoi occhi l’immagine di questi ragazzoni dallo sguardo indiavolato e la maglia nera con la felce argentata sul cuore. Comunque vada, sarà sufficiente a giustificare il prezzo del biglietto, quanto hai provato vivendo quegli attimi in rispettoso silenzio, le emozioni che hai sentito scuotere dentro il petto. Poi gli azzurri, anche se sconfitti, giocheranno bene, rimarrà nella storia questo match, con chi potrà dire, “io c’ero.”
Il tram ci riporta verso la stazione della metro allontanandoci da San Siro. Ricorderemo questa partita. Questa volta che sembrava quasi possibile. Abbiamo gridato tutti insieme e tutti insieme cantato in coro e tutti insieme abbiamo desiderato spingere quella palla in meta e tutti insieme, dopo, abbiamo applaudito i nostri e gli avversari e … tutti insieme abbiamo brindato sollevando il bicchiere colmo all’orlo dove la birra si mischia alla schiuma, verso quell’azzurro, quel favoloso, cielo azzurro.













